Interista o milanista, dolce o salato, lista del consiglio di amministrazione sì o no. Ci sono molte cose che polarizzano le opinioni di chi le osserva, la lista del cda – cioè la facoltà concessa al consiglio di amministrazione uscente di presentare una propria lista per l’elezione degli amministratori di società quotate – è una di queste.

Forse perché questa formula sta raccogliendo sempre più consensi anche in Italia. A oggi, scriveva Repubblica poco tempo fa, sono 48 le società che nello Statuto prevedono questa possibilità dalle 40 di due anni fa e quelle che l’hanno concretamente utilizzata nello stesso arco di tempo sono passate da nove a 12 (tra cui FinecoBank, Banco Bpm e Tim). Anche le matricole, più della metà negli ultimi cinque anni, ha reso possibile questa pratica da Statuto, sebbene solo sei siano ad azionariato diffuso.

Di mezzo ci sono esempi pratici, storie concrete. Come quella di Generali, che ha fatto emergere la praticità o meno di una soluzione così dibattuta.

Le posizioni sono due: la lista del cda è una best practice attraverso la quale un consiglio, che dovrebbe conoscere l’azienda meglio di qualunque altro organo, può indicare il suo successore che prosegua nella stessa direzione intrapresa. Dall’altro lato, i refrattari dicono che l’autoreferenzialità che potrebbe derivare da una simile strada è tale che il gioco non vale la candela e anzi si perderebbe quel ricambio utile alla crescita azienda.

Come spesso accade, i fatti vanno visti nel contesto in cui si trovano. La bontà di una lista del cda dipende tanto, tantissimo, dal consiglio che la propone (dalla diversità, dal dibattito, dalla reale indipendenza) e può rappresentare una soluzione ottimale ad esempio per le public companies – e quindi non in Italia. Ma vero è che un board che perpetua sé stesso è poco moderno in un mercato che cambia alla velocità della luce oltre che essere pericolosamente soggetto a collegamenti o interessi occulti che non rappresentano quelli dell’azienda.

Nella diatriba in corso, squisitamente societaria, è entrato questa settimana il regolatore. In commissione Finanze, Pd-Movimento 5 Stelle hanno presentato un disegno di legge per regolamentare il fenomeno che introduce fra le altre cose un paletto sul numero di candidati della lista che dovrà essere pari o superiore ai posti disponibili, per evitare la presentazione di liste di minoranza. Stando al disegno, sono inoltre esclusi i candidati che hanno ricoperto l’incarico per sei o più anni consecutivi. La pubblicazione della lista dovrà poi arrivare entro il “quarantesimo giorno precedente la data dell’assemblea” per dare tempo agli azionisti di valutare i nomi.

Cosa dire di questo intervento? Che una regolamentazione ora non c’è e che invece dovrebbe esserci per arginare fenomeni di attaccamento alla poltrona (o di conflitti di interesse) tanto diffusi nel nostro Paese. D’altro canto questa non può essere troppo invasiva per non intralciare quello che è il reale interesse del mercato.

Già, il mercato, tanto dimenticato in questa querelle quanto nodo focale della questione. Il board, teoricamente, deve rappresentare gli interessi degli azionisti grandi e piccoli che rappresentano l’azienda e quindi del mercato. Questo assunto dovrebbe guidare come e da chi viene nominato il cda. Se poi il consiglio in carica è in grado di farlo, ben venga che continui a farlo. Ma tale linea guida non dovrebbe mai essere dimenticata. E le regole imposte dovrebbero servire proprio a questo.

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