Diecimila euro per dipendente all’anno. Questo è quanto risparmiano le aziende che decidono di permettere ai propri lavoratori di applicare un modello di lavoro ibrido, quindi di lavorare sia in presenza che da remoto, in smart working. Secondo una ricerca di International workplace group (Iwg), una banca globale con 200mila dipendenti arriverebbe a risparmiare circa 2 miliardi di euro, una tech company con 20mila dipendenti 190 milioni di euro, mentre una società di servizi con 2mila dipendenti 19 milioni di euro.

La pandemia ha cambiato il modo di lavorare e i dipendenti non sono più disponibili a perdere la flessibilità di poter svolgere il proprio ruolo anche da casa. Ma i benefici non sono solo per i lavoratori. Le aziende, infatti, si stanno rendendo conto dei vantaggi economici, sociali e sanitari derivanti dal concedere ai dipendenti un modello di lavoro ibrido: secondo la ricerca di Iwg, il numero di aziende del Ftse 250 interessate ad applicare il lavoro in ufficio e da remoto è tre volte superiore al numero di imprese che intendono continuare a lavorare come prima della pandemia.

Dopotutto, è un modo per risparmiare sui costi fissi, tra cui, ad esempio, l’affitto o il riscaldamento, per una cifra che mediamente può aggirarsi appunto intorno ai 10mila euro a lavoratore.

A inizio mese, ad esempio, Airbnb ha annunciato lo smart working totale per i propri dipendenti, sottolineando che non ridurrà lo stipendio in base alla città o al Paese scelto. Non si tratta, però, dell’unico colosso ad aver ufficializzato il lavoro da remoto: anche Twitter a inizio pandemia si è espressa a favore dello smart working, mentre Apple ha optato per il modello ibrido con alcuni giorni di ufficio obbligatori.

Anche i lavoratori risparmiano

I risparmi finanziari per le aziende non sono solo legati alla riduzione dei costi delle utenze necessarie all’interno di un ufficio. Questi dipendono anche dall’ubicazione degli uffici stessi. Se avere l’ufficio o la sede nelle zone più centrali delle città dà rilievo e “un nome all’azienda”, allo stesso tempo si tratta di un costo che potrebbe essere ridotto fino al 64% se si scelgono spazi ufficio fuori dal centro cittadino.

E’ più economico anche per i dipendenti stessi. Dover raggiungere il centro di grandi città è una spesa, soprattutto, per quella parte del personale che deve affrontare lunghi spostamenti che implicano tempo e denaro, che potrebbero essere invece spesi altrove. Una ricerca di Confused.com ha calcolato che il lavoro ibrido può far risparmiare ai dipendenti in media 391 euro al mese sul viaggio in treno e sulle spese collegate e fino a 152 euro al mese se si spostano in auto, con i pendolari di lunga distanza che risparmiano sostanzialmente di più.

No smart no job

Una volta provato è difficile tornare indietro. La pandemia ha cambiato l’approccio al lavoro: da allora, infatti, si è apprezzato il ritorno alla normalità e in ufficio, ma allo stesso tempo non si riesce più fare a meno della possibilità di poter lavorare comodamente dal divano o dal letto, almeno uno o due giorni alla settimana.

Oltre il 75% dei dipendenti sceglierebbe il lavoro flessibile a lungo termine rispetto a un aumento di stipendio del 10% e cinque giorni in ufficio, secondo un sondaggio di Iwg. La metà dei lavoratori (49%), poi, lascerebbe il proprio lavoro se gli venisse chiesto di tornare in ufficio cinque giorni a settimana.

Il lavoro ibrido non solo poi contribuisce a un risparmio in denaro per le aziende e dipendenti, ma crea anche un impatto positivo sulle capacità lavorative dei dipendenti. Il 57% dei dirigenti d’azienda ha dichiarato, in un sondaggio di Pwc condotto l’anno scorso, che grazie a una politica di lavoro più flessibile le loro aziende hanno ottenuto risultati migliori rispetto al passato per quanto riguarda la produttività, con solo il 4% dei dirigenti d’azienda che ha riportato un calo nella produttività dei dipendenti.

Anche la vita privata è importante

Le priorità dei lavoratori sono cambiate. Lo conferma anche il 64% degli intervistati in Italia, in una ricerca condotta da Linkedin, che è convinto che la pandemia abbia modificato per sempre il modo in cui lavoriamo. Il 55%, infatti, afferma di voler dedicare più tempo ad altri aspetti della propria vita e il 61% dichiara di aver realizzato, in questi ultimi due anni, di voler lavorare in modo più flessibile.

Di conseguenza, due lavoratori su tre (66%) troverebbero utile poter lavorare da remoto, decidendo in che giorni recarsi in ufficio e il 75% vorrebbe orari flessibili di inizio/fine della giornata lavorativa.

Per il 40%, flessibilità significa in primo luogo conciliazione tra vita privata e professionale che è un’esigenza particolarmente avvertita dalle donne (47%) rispetto agli uomini (34%). Dal punto di vista generazionale, invece, più di due partecipanti su cinque tra i millennial (età 24-41 anni) ritengono che il worklife balance sia una priorità, i baby -boomers condividono questo punto di vista (39%), mentre la generazione Z si rivela la meno sensibile a questo aspetto (35%).

La flessibilità è una condizione fondamentale per il 15% degli intervistati, al punto tale da aver cambiato lavoro proprio perché il precedente non la garantiva (a fronte di una media europea del 21%). La percentuale di lavoratori italiani che ha considerato di lasciare il proprio impiego perché troppo poco flessibile coincide, invece, perfettamente con quanto rilevato, in media, su scala europea (27%). Una decisione che, nel nostro Paese, ha un impatto diverso sulle donne: ad esempio, il 21% degli uomini ha optato per una carriera come freelance, mentre lo stesso è avvenuto solo per il 6% delle donne. Tra il 59% degli intervistati che non ha mai lasciato o considerato di lasciare il proprio lavoro la percentuale sale vertiginosamente toccando il 79% tra i baby-boomer.

Qual è la posizione delle aziende?

Se alcune aziende sono più restie al cambiamento e hanno archiviato lo smart working come “misura temporanea”, molte invece hanno deciso di integrarlo definitivamente nelle prassi aziendali. Sette hiring manager su 10, infatti, hanno dichiarato che la propria azienda ha aumentato e migliorato l’offerta in termini di flessibilità negli ultimi due anni.

Risparmio, produttività e nuove esigenze. Applicare politiche di flessibilità sul lavoro per i dipendenti, secondo gli hiring manager, garantisce diversi benefici, tra cui anche che i lavoratori si sentono più supportati (38%): ben oltre il 30% pensa che una maggiore flessibilità aiuti a ridurre i livelli di stress e burnout e ad accrescere il senso di motivazione.

Una misura da regolamentare?

Di fronte a queste priorità condivise, non mancano però difficoltà e preoccupazioni: un intervistato su due sostiene che il lavoro flessibile, oggi, generi più confusione che mai, a causa delle nuove e diverse modalità organizzative introdotte repentinamente in risposta alla situazione pandemica, e il 48% che lo stigma associato al lavoro flessibile non sia mai stato così forte e sentito tra le donne. Il 22% delle intervistate ha, infatti, dichiarato di provare imbarazzo per il fatto di lavorare in modo flessibile, contro il 17% degli uomini.

Se poi dalla ricerca emerge dunque una tendenza generale ad accogliere le richieste dei lavoratori, il 24% dei rispondenti pensa che i dipendenti della propria azienda siano insoddisfatti delle politiche di flessibilità implementate e più di un quarto di loro ritiene che tali politiche siano insufficienti a garantire un adeguato bilanciamento tra impegni personali e vita lavorativa. Il 27% degli intervistati, poi, ha visto una riduzione dello stipendio come conseguenza del lavoro flessibile, per il passaggio a un contratto part-time e tre persone su 10 hanno affermato di lavorare la stessa quantità di ore, ma per uno stipendio minore.

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