L’Italia avanza verso l’open innovation. Dopo anni di gap tecnologico il Covid e, in particolare, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), hanno dato la spinta e i finanziamenti al nostro paese per metterci alla pari con gli altri mercati. Pochi giorni fa, infatti, il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, ha firmato il decreto ministeriale che finanzia con 350 milioni di euro i centri di trasferimento tecnologico nel nostro paese.

La misura è prevista proprio dal Pnrr nella Missione 4 (che destinerà a istruzione e ricerca 30,88 miliardi di euro, cioè il 16,12% del Pnrr) e serve al potenziamento e all’estensione tematica e territoriale dei centri di trasferimento tecnologico per i vari segmenti di industria, così da incoraggiare l’erogazione alle imprese e alle pubbliche amministrazioni di servizi tecnologici avanzati e innovativi, focalizzati su tecnologie e specializzazioni produttive di eccellenza.

Tra i tanti problemi presenti in Italia, infatti, c’è ancora la difficoltà a trasformare in offerta tecnologica i risultati delle ricerca scientifica prodotta dai nostri stessi atenei. A tal proposito, in totale il governo destinerà circa 11 miliardi di euro del Pnrr alla ricerca in filiera e al trasferimento tecnologico alle imprese.

“La situazione italiana non è negativa dal punto di vista del contenuto tecnologico della nostra ricerca scientifica, tanto meno rispetto alle competenze degli atenei e dei centri di ricerca in generale, sia pubblica che privata, piuttosto è la capacità di valorizzare questo contenuto tecnologico su scala mondiale, e in tempi efficaci, una debolezza tutta italiana che affonda radici nella antica missione della ricerca stessa, nella carente finanza pubblica e privata ad essa dedicata e nella regolamentazione, spesso, distratta – spiega a Dealflower Emilia Garito (nella foto), ceo di Quantum Leap -. Tuttavia oggi, con grande differenza rispetto al passato,  abbiamo accesso a importanti finanziamenti e una nuova percezione della stessa missione della ricerca, attuata grazie alle regolamentazioni europee recepite,  ma è necessario e urgente anche un cambio di mentalità”.

La Francia si trovava nella nostra stessa situazione 10 anni fa, aggiunge la ceo, cioè “produrre un’interessante ricerca scientifica, ma con poca capacità di trasformarla in innovazione industriale scalabile sui mercati internazionali. Per risolvere il problema ha stanziato circa 10 miliardi di euro all’anno per l’innovazione e, soprattutto, per creare 13 società di accelerazione di trasferimento tecnologico (le Satt, Sociétés d’accélération du transfert de technologies) con il compito di avvicinare la ricerca e l’industria, sia attraverso modelli strutturati che mediante la formazione di figure professionali dedicate e di nuove competenze. Ora i risultati si vedono e la produzione di revenues, derivata dalla creazione e valorizzazione dei nuovi spin off della ricerca francese, vale circa un miliardo di euro, secondo le stime dello stesso governo francese rispetto alla crescita degli ultimi quattro anni”.

Tutto ciò, quindi, è stato possibile consolidando competenze e creando una forte cultura del trasferimento tecnologico che, ad oggi, vanta la formazione di oltre 650 persone attive nel settore, mentre in Italia insieme a Quantum Leap –  boutique di consulenza attiva da 10 anni nel settore del technology transfer e open innovation, del gruppo Be Shaping the Future da aprile 2022 e successivamente acquisita dal gruppo Engineering –  le realtà che aiutano pmi e ricerca a collaborare per costruire innovazione insieme sono giusto un altro paio.

“Al momento c’è molto interesse per le risorse Pnrr dedicate alla misura ‘dalla ricerca all’impresa’, ma i fondi dureranno tre anni e bisogna evitare che dopo questo tempo si ritorni ai vecchi modelli – sottolinea Garito – . La sfida che abbiamo davanti è quella, dunque, di costruire strutture, processi e competenze solide per sedimentare la nascente cultura del trasferimento tecnologico e far sì che, grazie ad essa, l’innovazione italiana del futuro sia basata proprio sull’implementazione di questi strumenti, come già accaduto in diversi paesi di recente industrializzazione, come Israele”.

Pizza, pasta e… ricerca!

Quando parliamo di made in Italy di solito pensiamo ai prodotti di consumo: cibo, moda, design e artigianato. Non si considerano di solito gli ambiti industriali che rappresentano invece per il nostro paese un punto di forza. Dai dati delle esportazioni dei beni italiani e degli ecosistemi produttivi industriali emerge, infatti, che le opportunità di crescita dell’Italia risiedono anche nell’industria del deep tech: cioè, l’insieme di tecnologie innovative e di frontiera, originali – fondate su scoperte scientifiche, sull’ingegneria, la matematica, la fisica e la medicina – che possono avere un impatto profondo nella vita delle persone e della società.

“Innovazione e crescita economica sono quindi direttamente proporzionali alla capacità delle nostre aziende di ridurre i tempi del trasferimento tecnologico. L’innovazione è una componente essenziale della competitività, ma per poter innovare continuamente occorre sviluppare la capacità di intercettare il cambiamento tecnologico, utilizzarlo all’interno della propria azienda e quindi di sfruttare al meglio idee provenienti dall’interno e dall’esterno dell’organizzazione”, sottolinea la ceo di Quantum Leap.

Nel dettaglio, su circa 430 miliardi di euro di esportazioni complessive (dalla rielaborazione di Sace su dati Istat e Oxford Economics) rispetto a tutti i comparti produttivi italiani, soltanto 28 miliardi appartengono alla filiera alimentare e 37 miliardi al settore tessile e abbigliamento.

Se consideriamo, invece, le esportazioni dei beni di investimento – ovvero meccanica strumentale, mezzi di trasporto (tra cui automotive), elettronica e altri comparti tecnologici minori – e dei beni intermedi – ovvero chimica, metalli, materiali plastici e industria estrattiva – il valore delle esportazioni è pari a 287 miliardi. Guardando solo un sottoinsieme tecnologico tra questi, abbiamo i 57 miliardi di esportazioni attribuiti all’industria chimica italiana, i 37 miliardi dell’industria elettronica ed elettrica e gli 81 miliardi dell’industria meccanica.

“Il nostro è un paese industriale produttivo con un alto livello scientifico, eppure non viene raccontato come tale. Dobbiamo cambiare l’immagine dell’Italia, così da attrarre capitali anche dall’estero i quali, insieme a quelli nazionali, potrebbero aiutare molto nel fare un salto quantico“, continua Garito.

No ricerca no party

L’Italia, dunque, è un esempio in Europa per produzione ed esportazione di beni industriali, seconda solo alla Germania. Il nostro paese però non ne sembra molto consapevole. Per continuare a competere con i colossi industriali europei, le piccole e medie imprese italiane dovrebbero essere aiutate e incentivate fare lo slancio necessario per recuperare, tra le varie cose, il noto gap tecnologico che ha contraddistinto in negativo l’Italia negli ultimi anni, suggerisce la ceo di Quantum Leap. Ma non solo, bisognerebbe puntare sullo sviluppo del settore, sulle risorse ed evitare che i talenti italiani fuggano via (la Corte dei Conti ha stimato essere pari a +41,8% negli ultimi otti anni, pari a circa un milione di persone espatriate).

Eppure, gli investimenti in ricerca e sviluppo nel nostro paese e i trend di crescita dei livelli di qualità della ricerca stessa, sia pubblica che privata, non sono proporzionali tra loro. L’Italia investe in R&S meno della media Europea (1,4% del Pil contro il 2,1% dell’Ue e il 2,5% dell’Ocse), anche se è in realtà ben posizionata all’interno del 10% dei paesi le cui pubblicazioni scientifiche sono tra le più citate al mondo. E negli anni c’è stata pure una crescita, passando a spendere 25,2 miliardi di euro nel 2018-2020, il 6% in più rispetto al 2017.

L’Italia, inoltre, possiede un numero di ricercatori nettamente inferiore a quello degli altri Stati (ce ne sono 6,3 ogni 1000 occupati contro l’8,9 della media Ue e Ocse), ma, nonostante ciò, riesce a produrre una ricerca di qualità e decisamente competitiva.

Industria e ricerca non si parlano

Se la teoria non viene messa in pratica, però, non si può pretendere di raggiungere gli stessi risultati di chi lo fa. Perché questo accade ancora in Italia? “Le ragioni non riguardano soltanto l’approccio alla missione della ricerca stessa, bensì ne è causa l’intero sistema industriale italiano poco incline a collaborazioni con il mondo accademico e, soprattutto, sempre più restio a investimenti in R&D proveniente dall’esterno della propria azienda e, infine, anche la debolezza strutturale del sistema finanziario italiano nel settore del venture capital”, sottolinea la ceo di Quantum Leap.

Questo crea un effetto domino sul valore della produzione di brevetti industriali, che continua ad essere al di sotto di paesi come Germania e Francia (4.600 brevetti di aziende italiane depositati all’Ufficio europeo dei brevetti nel 2020, contro i 25.954 della Germania e i 10.554 della Francia).

I due mondi quindi devono comunicare e collaborare. Ma devono farlo attraverso dei processi, degli strumenti, aiutati da un cambio di cultura.

“Da una parte è necessario che la ricerca capisca il mondo dell’industria e le sue esigenze, in termini di tempi di entrata sui mercati e creazione di valore economico, dall’altra l’industria deve strutturarsi per essere in grado di accogliere all’interno dei propri processi produttivi l’innovazione ad essa esterna. E’ fondamentale consolidare questo rapporto, perché solo con questa relazione si può costruire l’impianto industriale del futuro rilevante sullo scenario europeo – aggiunge Garito -.  Il nostro compito è quello di far comunicare questi due mondi e accompagnarli nel processo di co-creazione, valorizzandone le rispettive eccellenze e accelerando il loro percorso di innovazione”.

Quantum Leap, infatti, ha formato negli anni un team di esperti specializzati in trasferimento tecnologico, sviluppando una forte competenza nell’intellectual property strategy, quale strumento di creazione di valore nel contesto della trasformazione tecnologica in atto. In particolare, ha messo a punto metodologie atte a far emergere il contenuto embedded degli asset tecnologici dei clienti e, dall’altro, progettato e implementato un processo innovativo di trasferimento tecnologico (Iplcm, cioè Intellectual property lifecycle management) attraverso il quale ha avviato importanti collaborazioni con le principali aziende italiane.

“Il tema è anche politico, o meglio di creazione di una forte e consapevole politica industriale italiana che acceleri la capacità del nostro paese a innovare e, così, le permetta di concorrere nella missione europea della costruzione di una propria sovranità tecnologica, in grado di equilibrare i poteri dello scacchiere politico internazionale. Partecipare a questa missione per l’Italia significa conquistare un ruolo e una voce rilevanti all’interno dell’Europa.  Abbiamo le competenze, le industrie, la ricerca e un solido contenuto tecnologico, dobbiamo trasformarlo in valore costante con cui poter competere – conclude la ceo -. Forse esistono altre vie per rafforzare l’economia italiana e quella europea insieme, ma di sicuro quella della collaborazione strutturata tra ricerca e impresa è una di quelle rilevanti da cui non si può prescindere”.

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