Poco o nulla. Al massimo qualche dichiarazione volante al microfono di un Tg. La finanza non sembra essere un argomento caro alla politica italiana. È un’affermazione ampiamente confermata dall‘analisi dei programmi elettorali proposti dai principali partiti o coalizioni in corsa alle elezioni politiche del prossimo 25 settembre. Analisi che stiamo portando avanti su questo giornale (finora abbiamo parlato di centrodestra, centrosinistra e Terzo polo) con lo scopo di capire se effettivamente ci fosse qualche punto dedicato al mondo finanziario.

Al netto del fatto che i programmi elettorali sono tendenzialmente generici, colpisce quanto siano scarsi i riferimenti al mercato o alle finanze. Si parla di lavoro, di ambiente, di riforme costituzionali, di tasse e più in generale di temi di facile comprensione e che toccano corde profonde nella pancia dei cittadini. Le intrusioni più rumorose della finanza nel dibattito politico avvengono quando si parla di sovranità delle aziende, siano esse pubbliche (si veda il caso di Ita ad esempio) o private ma operanti in settori strategici: tutti o quasi concordano infatti in un rafforzamento del golden power o comunque di un ampliamento del raggio d’azione dello Stato nella difesa di comparti ritenuti fondamentali per il paese.

C’è attenzione, in piccola parte, al mondo startup e degli investimenti. La coalizione elettorale formata da Carlo Calenda e Matteo Renzi ha proposto fra le altre cose l’eliminazione della tassazione del capital gain sugli investimenti in startup e venture capital e anche agevolazioni fiscali per le aziende che fanno m&a mentre la Lega propone innanzitutto di detassare le plusvalenze realizzate da persone fisiche tramite il disinvestimento, nel caso in cui le somme siano poi reinvestite in una startup entro quattro anni. Quanto al Pd, Enrico Letta propone l’estensione della detrazione Irpef al 50% a tutte le aziende fondate da imprenditori under 35 e a tutte le tipologie di startup.

Tuttavia l’entusiasmo e le ambizioni finiscono qui. Nei programmi non c’è nessun accenno o quasi al mercato dei capitali, laddove la Borsa di Milano è fra le meno capitalizzate e i delisting sono in aumento. Nessuna proposta di politica industriale seria se non di stampo protezionistico-sovranista. Nessun commento sul sistema bancario, alle prese con la più grande trasformazione di business in un contesto globale e competitivo e che chiede a gran voce l’attivazione di politiche economiche chiare e stabili. Per fare qualche esempio, i partiti non fanno alcun accenno rispetto al prossimo futuro del Monte dei Paschi di Siena, di proprietà dello Stato, e nessuno ha finora preso posizione, se non a parole, rispetto alla riforma delle banche popolari e delle banche di credito cooperativo.

Nessuna proposta, poi, riguarda l’educazione e l’inclusione finanziaria, quando da un lato si invoca al risparmio privato come panacea di tutti i mali e dall’altro l’Italia è al 12esimo posto su un campione di 20 Paesi (dice l’Ocse) quando ad alfabetizzazione finanziaria, con il 20,9 % dei giovani italiani che si trova al livello 1 cioè una conoscenza finanziaria insufficiente (contro una media Ocse di 14,7%) e solamente il 4,5% che si posiziona al livello 5, il più alto (media Ocse del 10,5%).

Insomma, la finanza è, se non in qualche caso, un tema marginale. Ma il Paese avrebbe bisogno invece di scelte politiche ambiziose e che mettano il più possibile le persone e le imprese a contatto con la finanza. Perché non introdurre corsi nelle scuole? Perché non vincolare aiuti e bonus a investimenti – naturalmente ponderati, di lungo periodo e al minimo rischio – sul mercato dei capitali?

Di interventi possibili ce ne sarebbero tanti ma finché la politica non entrerà nel merito di questi argomenti l’Italia resterà inevitabilmente indietro.

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