La guerra tra Russia e Ucraina, iniziata ufficialmente il 24 febbraio con l’invasione da parte delle truppe di Mosca nel Paese, ha portato alla luce l’estrema dipendenza di Europa, e in particolare dell’Italia, dalle forniture provenienti da Mosca. Questo perché i prezzi sono aumentati di 5-6 volte rispetto agli ultimi anni e siamo passati dai 18 euro per MWh al picco di 139 euro di ieri, il livello più alto dall’inizio dell’anno, benché ancora lontano dai massimi registrati il 21 dicembre 2021, quando era stata toccata quota 166 euro. Sono costi insostenibili, è evidente. La domanda allora che ci stiamo ponendo e che ci siamo posti nei mesi di preparazione alla guerra è: riusciremo a sganciarci dalla Russia per le forniture del gas? In che misura e in che tempi?

Sono questioni cruciali e purtroppo il problema è molto più complesso e grande di quello che possiamo immaginare.

Il perché ce lo dicono i numeri ma per capirlo dobbiamo partire dall’inizio. Stando agli ultimi dati Eurostat, circa un quarto del fabbisogno energetico del Vecchio Continente è soddisfatto dal gas. In Italia il 48% dell’energia è prodotta dal gas e il consumo ammonta a circa 70 miliardi di metri cubi. L’Europa nel 2020 produceva in autonomia 53 miliardi di metri cubi di gas: tutta la produzione europea non riuscirebbe quindi a soddisfare il consumo della sola Italia.

Nel dettaglio, il nostro Paese ha ormai una dipendenza cronica. Se negli anni ’90 il 30% del gas era prodotto in Italia (nel 2000 il nostro Paese produceva quasi 16,8 miliardi di metri cubi di gas), oggi ne produciamo 2,8 miliardi di metri cubi (tra gennaio e ottobre 2021) e ne importiamo oltre il 93%, del quale circa il 40% dalla Russia. Il secondo fornitore è l’Algeria, con una quota del 28,4% mentre Mare del Nord contribuisce ormai con una piccola quota (2,4%) così come il gas che proviene dalla Libia (4,3%, porta di ingresso a Gela).

Perché il problema del gas è più grande di quello che possiamo immaginare?

Innanzitutto per una questione di riserve. Oggi l’Italia ha stoccati circa 9 miliardi di metri cubi di gas, riserve che possiamo usare in caso di chiusura dei rubinetti da parte dalla Russia anche grazie a un inverno che è stato particolarmente mite e all’aumento dell’import ad esempio tramite la Tap, fattori che ci hanno consentito di ridurre al 25% l’import da Mosca. Finora gli stoccaggi sono stati infatti utilizzati a pieno ritmo e a febbraio sono scesi al livello che in genere hanno a fine marzo. Da aprile, quindi, andrà seguita con attenzione la nuova fase di iniezione delle scorte di gas per l’inverno 2022-2023, sia perché stavolta si parte da un livello prossimo a zero, sia perché anche in primavera i prezzi resteranno sopra la media degli anni passati. Il nodo verrà dunque al pettine il prossimo inverno, quando, se la situazione in Ucraina dovesse peggiorare ulteriormente e la Russia decidesse di rivalersi sull’Europa bloccando le forniture, dovremmo fare i conti con la mancanza di scorte.

A quel punto la soluzione immediata sarebbe l’acquisto, a prezzi sicuramente più alti di quelli attuali, del Gnl, il gas naturale liquefatto che si trasporta via mare. Una fornitura però imprevedibile perché, come chi segue il mercato dell’energia da un punto di vista legale sa, questi trasporti sono spesso soggetti a clausole di “cargo diversion” cioè possono sbarcare in destinazioni diverse da quelle di partenza ad esempio se qualcuno è disposto a pagarle di più. Così come è imprevedibile l’afflusso proveniente tramite Tap proveniente da Azerbaijan e Libia, paesi soggetti a influenza russa.

Poi c’è il tema industriale e non parliamo solo di costi ma anche di processi. Il gas è infatti utilizzato in una grande quantità di processi industriali. Serve a realizzare la plastica, perché è alla base del metanolo, serve per la raffinazione e per produrre fertilizzanti, costituiti per gran parte da ammoniaca che viene dall’idrogeno che a sua volta viene generato (anche) dal gas. È chiaro che l’impatto di una carenza di gas si estenderebbe molto più in là rispetto agli usi domestici.

La soluzione a questi problemi non possono che essere le rinnovabili. Non a caso, nel pacchetto per il clima “Fit for 55” presentato lo scorso anno, la Commissione Ue punta ad aumentare la quota di biogas e biometano dal 5% attuale al 30-40%, lasciando al gas fossile una quota del 20%, al 2050. Una data che però è troppo distante da quelle che sono le esigenze e i bisogni del momento. La sfida sarà accelerare verso le rinnovabili in maniera sostenibile ma tenendo ben presente che il tempo a disposizione è poco.

Lascia un commento

Related Post