“È ora di agire”. Se ci trovassimo in un sano sistema di sviluppo di un paese, probabilmente la borsa sarebbe il miglior punto di approdo e sviluppo per qualunque azienda che voglia crescere. Tuttavia, da un sistema del genere, quantomeno in Italia, siamo ben lontani. E quindi? “E quindi dovremmo darci da fare, senza indugio!”. Presidente e fondatore di Electa, società specializzata in deal structuring e investimenti in capitale costruttivo con una molteplicità di operazioni focalizzate su  medie imprese, tra cui gli investimenti con formule di prebooking con avvio al listino di imprese di successo come Sesa, Digital Value, Pharmanutra e Italian Wine Brands, Simone Strocchi promuove da sempre la finanza industriale, con l’obiettivo di creare un ecosistema di investimento nazionale a favore delle imprese con una “borsa trainante”.

Perché trainante? “Perché con la quotazione, un’azienda accede a dei capitali e a grande visibilità e lo fa senza assumere debito, a meno che non si collochi un’obbligazione per finanziare progetti di sviluppo -risponde Strocchi-. Certo, se l’azienda stessa è  interessante può anche aprirsi al private equity. Ma in questi casi è opportuno conoscere bene le regole del gioco. Perché nei patti parasociali è previsto sempre il patto di co-vendita, che determina  il diritto del fondo a vendere la propria quota, trascinando il 100% del capitale”.

Borsa, sempre più numerose le operazioni di delisting

Per il fondatore di Electa l’era in cui le imprese aprono il capitale ai private equity che operano con schemi di Lbo (leverage buy out) con ricorso a leva estrema è finita. Così come sta finendo l’epoca in cui erano le banche al centro del sistema di finanziamento dello sviluppo delle imprese. Sulla carta, la Borsa può garantire resilienza, facendo ancora da traino. Se non fosse che anche in questo caso c’è il problema di una “tempesta finanziaria” in corso.

“E infatti si vedono sempre più deal privati realizzati con moltiplicatori molto più elevati rispetto a quelli che esprimono la valorizzazione delle società quotate” continua Strocchi. Quei divari del 20-30% considerati canonici (che rispondono al “premio di Opa”) fino a qualche tempo fa, adesso si sono impennati oltre il 50-60%, riferite a società dello stesso settore: “Quello che accade oggi è che il capitale monocratico preferisce fare shopping in borsa, e si vedono crescere operazioni di delisting che spesso risultano, per chi le realizza, opportunità di investimento nel controllo di aziende a valori economici interessanti “.

Perché l’ingresso in Borsa resta la soluzione migliore per le pmi

Ciò nonostante, per Strocchi l’ingresso in Borsa resta la soluzione migliore per le pmi che vogliono espandersi nel lungo termine, senza cercare al momento della quotazione un opportunità di vendita al prezzo più elevato. “Il sostegno da parte dei mercati azionari verso i progetti di crescita aziendale avviene senza leva debitoria, non impone all’imprenditore di entrare in accordi parasociali che contemplino clausole di ‘drag e tag along’ tipiche dei private equity.

Inoltre, a favore della quotazione c’è il fatto che in Borsa non è necessaria una partecipazione al capitale del 50% + 1 azione per mantenere la capacità di indirizzo strategico aziendale”. Tuttavia, si tratta di un potenziale ancora estremamente limitato. Da cosa? Qualcuno direbbe: è la burocrazia, bellezza. E non puoi farci niente. A meno di una presa di coscienza e di una discendente azione sistemica.

Da resilienza a riluttanza

Qualcosa in realtà è stato fatto. Meno regole a partire da inizio ottobre per semplificare la quotazione in Euronext Milan, cercando di allineare maggiormente Piazza Affari e Consob alla regolamentazione degli altri mercati comunitari. “Ma questo rimane il problema dell’Italia” suggerisce il numero uno di Electa. E punta il dito contro un sistema da lui stesso definito ‘borbonico’. “Va bene la severità analitica e la richiesta di  garanzie e documenti per la quotazione, ma occorre anche essere accoglienti nel relazionarsi con le imprese e più celeri nella gestione dei file. E questo non succede”.

E così, da resilienza a riluttanza è un attimo, dove per riluttanza s’intende quella delle imprese a quotarsi. A pesare come un macigno sulla perdita di appeal di Borsa Italiana sono le tempistiche dilatate di Consob. “In Olanda o in Irlanda ci si mette la metà del tempo. In Italia il prospetto informativo redatto per superare l’esame e ottenere il via libera per l’ammissione alla quotazione sul mercato principale è una vera e propria bibbia”.

“Le nostre partite più importanti nelle mani di arbitri stranieri”

Il paragone meno biblico potrebbe essere quello con le scartoffie che i colleghi dell’Ufficio Sinistri si divertono a rifilare al povero ragionier Fantozzi, di cui a malapena si intravede il volto, talmente è coperto dai faldoni di cui si deve occupare.

Commenta Strocchi: “Così facendo, finiamo per fare  arbitrare le nostre partite più importanti da arbitri stranieri. Il Regno Unito avrebbe potuto fare da esempio, perché ha puntato molto sulla promozione della piazza finanziaria, mentre in Ue sono molto attive Olanda e Irlanda. In Italia siamo sempre stati repulsivi, pur avendo un’altissima preparazione professionale nelle fila dei funzionari delle nostre  autorità ed enti regolatori, con un vivaio di imprese eccellenti davvero invidiabile. Il nostro sistema rallentato  ha portato anche i gestori di fondi a ricercare le scorciatoie in piazze  nord europee. E sia i termini temporali, che le agevolazioni fiscali, sono aspetti molto importanti se si vuole competere con un omologo americano a fiscalità contenuta a carico del gestore “.

Il paradosso è tutto qui: per fare incontrare un euro di risparmio italiano con uno strumento emesso da una società italiana, chiediamo sempre più spesso l’autorizzazione ad autorità europee diverse da quelle italiane, ancorché le nostre siano preparatissime.

“Se alleggerisci i documenti, si riducono anche le tempistiche?”

I metodi, come detto, sono stati aggiornati. Quello che conta sarà come questo cambio si tradurrà in termini temporali. “Dai quattro ai sei mesi, non di meno in Italia, per formare il file e ottenere il via libera da Consob, mentre in Irlanda ce ne vogliono due, massimo due e mezzo”. Per Simone Strocchi una distanza impressionante. Prima di poter dire se tale distanza andrà a dimezzarsi, o anche solo ridursi, servirà un po’ di tempo.

Ottimista? “Non tanto. Se alleggerisci il documento, non significa per forza che riduci le tempistiche”. Qualche esempio? “Facile. Con Electa abbiamo provveduto a chiedere l’emissione del prestito obbligazionario per Italia Wine Brands in Irlanda: ci abbiamo messo poche settimane. In Italia ci sarebbero voluti diversi mesi”.

Soluzioni? Il ruolo degli Eltif e di altri fondi specializzati

Il presidente e fondatore di Electa Simone Strocchi non cambia idea. “Vedo molto potenziale nei nostri campioni di impresa da esprimere sui listini borsistici;  dobbiamo impegnarci ad accompagnare sui mercati nazionali queste eccellenze da specialisti, con formule di prebooking company come quelle ad esempio da noi proposte, sostenute da investitori adeguati in un contesto stimolato a livello sistemico. Player come fondi specializzati, Eltif, holding di partecipazione e soggetti che non sono pressati da esigenze di liquidità, che condizionano invece  i fondi Ucits (organismi di investimento collettivo in valori mobiliari NdR), possono fare la differenza in un momento di incertezza come quello attuale dove è interesse nazionale sostenere la crescita  delle nostre imprese”.

E poi una minore burocrazia: un numero maggiore e frazionato di investitori nazionali value di lungo periodo e aspetti fiscali più competitivi a livello globale sono quanto piu necessari. Non solo per le aziende che si devono quotare, ma anche per quelle imprese che vogliono compiere il translisting al mercato principale. Bisogna consentire loro un processo più snello per il passaggio, senza che affrontino il percorso come fossero nuove matricole. Nell’era della disintermediazione, non possiamo davvero abdicare ad una industria finanziaria  italiana, che è essenziale per agevolare incontro di risparmio italiano con imprese eccellenti autoctone. “Abbiamo tutto in casa -conclude Strocchi: capitali, competenze, imprese. Diamoci da fare”.

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