Un processo civile più veloce e più semplice. Meno riti e più spazio alla negoziazione assistita e alla mediazione. La nuova riforma del processo civile che punta a ridurre i tempi del 40% è stata approvata il 25 novembre anche alla Camera con l’obiettivo di soddisfare la richiesta dell’Unione europea per sfruttare i fondi del Piano nazionale ripresa resilienza (Pnrr).

Secondo l’avvocato Sara Biglieri, partner di Dentons e coordinatrice del tavolo tecnico “Un programma per l’Italia” promosso da Carlo Cottarelli, però, non era necessario “stravolgere il rito del processo civile” che rischia così di risultare invece più complicato di prima, perché la priorità dovevano essere organizzazione e risorse.

Sara Biglieri Dentons

 

Cosa prevede la riforma

Dalla mediazione al Tribunale della famiglia. La riforma del processo civile punta, come detto dalla stessa ministra della Giustizia Marta Cartabia, a “semplificare i procedimenti civili nelle forme e nei tempi, fornire risposte più celeri alle esigenze quotidiane dei cittadini, favorire l’attrazione degli investimenti stranieri”.

Per quanto riguarda il processo di primo grado, la riforma prevede che alla prima udienza le parti dovranno giungere in aula fornendo al giudice un quadro già definito delle rispettive pretese e, di conseguenza, dei mezzi di prova richiesti. Il giudice potrà così scegliere subito quali prove ammettere o quando inviare le parti in mediazione.

In Appello sarà ridotta la possibilità di sospendere l’efficacia della sentenza di primo grado. In ultima istanza, la delega prevede, allo scopo di rendere più efficienti i processi, l’introduzione del “rinvio pregiudiziale in Cassazione” che permetterà al giudice di primo grado di investire direttamente la Corte se ci si troverà davanti a questioni di puro diritto per cui sussiste un dibattito giurisprudenziale.

Quanto al rito del lavoro, il doppio binario creato dalla legge Fornero è stato abolito e ci sarà un unico procedimento per i licenziamenti. Una corsia preferenziale smaltirà anche le domande risarcitorie ed è stato semplificato anche il rito sulla tutela del credito: nelle procedure di espropriazione saranno possibili deleghe ai professionisti incaricati di coadiuvare i giudici.

Sempre per ridurre tempo ed energie, sarà favorita e promossa la cultura della mediazione. Sono stati introdotti incentivi di natura fiscale per stimolarla, come la possibilità di usufruire di un credito d’imposta di valore pari a quello delle spese legali che le parti devono affrontare per i procedimenti stragiudiziali. Per la mediazione e la negoziazione assistita è previsto anche il gratuito patrocinio a spese dello Stato. La negoziazione assistita tramite gli avvocati è estesa anche alle controversie di lavoro e a quelle relative all’affidamento e al mantenimento dei figli nati fuori del matrimonio. Anche l’arbitrato vede alcune novità, in cui gli arbitri avranno ora la possibilità di emanare misure cautelari.

Infine, sono previste nuove garanzie per le donne e per i minori vittime di soprusi e violenze, reati che verranno giudicati dal Tribunale della famiglia, istituzione in cui si concentreranno le questioni riguardanti divorzi, violenze e affidamento dei figli.

“Il rito non è mai stato un problema, l’organizzazione e le risorse sì”

Positivo quindi il potenziamento dell’ufficio del Processo, secondo l’avvocato Biglieri, che spera che “venga reso effettivo dalle assunzioni che sono state disposte dal decreto legislativo che ha preceduto la riforma stessa”.

Il Tribunale, oggi, opera come un’impresa e, in quanto tale, necessita di un’organizzazione puntuale e strutturata affinché possa funzionare efficientemente. Il tallone di Achille dei nostri organi di giudizio, secondo Biglieri, infatti, non è mai stato il rito: “Si poteva semplificare, abolendo le udienze di passaggio e abbreviando qualche termine, ma non c’era a mio avviso l’esigenza di modificare il rito”. Opportuna invece, per l’avvocato, una gestione più manageriale dei tribunali, in cui sono imposti criteri di trasparenza e meritocrazia, e dove i giudici sono posti nelle condizioni di lavorare con adeguate risorse umane, finanziare e telematiche.

“Con la riforma mi sarei aspettata una maggiore attenzione nei confronti degli uffici giudiziari che ad oggi non sono messi nelle condizioni di funzionare in molti casi in modo efficiente. Sarebbe stato importante intervenire in modo mirato e con misure specificamente studiate per ridurre le inefficienze di natura più che altro organizzativa, così da diminuire i tempi processuali in modo effettivo e coerente, senza che venissero compressi i diritti delle parti coinvolte nel giudizio e alcuni tra i principi più importanti del nostro ordinamento”, spiega la partner di Dentons.

Grande tumore del rito civile, infatti, sono i tempi dilatati, non in linea con gli altri Paesi europei e “una giustizia a macchia di leopardo”. Secondo Biglieri, “nel nostro Paese ci sono delle aree, se non anche singoli uffici giudiziari, che sono più veloci e più efficienti di altri. Questo non dipende dalle regole del rito, ma da inefficienze organizzative e carenze di organico e risorse“.

Per questo, anche se la riforma “non è tutta da buttare”, l’obiettivo è stato in parte mancato. I fondi destinati con il Pnrr – cioè poco meno di tre miliardi di euro stanziati per il recupero dell’efficienza del sistema giudiziario rispetto ai 223,91 miliardi previsti in totale – potevano essere l’occasione di risanare radicalmente proprio queste mancanze.

Invece, ad essere modificato è stato il rito a cui verrà applicata “un’impostazione simile a quella adottata per il processo societario (caratterizzato da uno scambio di atti tra le parti, che prescindeva da un preliminare contatto con il giudice, e grazie al quale si veniva a definire il thema decidendum e probandum della causa anteriormente alla prima udienza) quasi 20 anni fa – fa notare l’avvocato Biglieri – risultata poi fallimentare e abbandonata pochi anni dopo”.

Un sistema, che secondo la partner di Dentons, rischia di complicare e non semplificare il processo. Le regole introdotte “rischiano infatti di dare luogo a un’instabilità interpretativa e fare venire meno il ruolo centrale del giudice nella fase preliminare”, spiega l’avvocato che aggiunge: “La previsione dell’anticipazione di tutte le allegazioni delle parti, delle istanze di prova e delle produzioni documentali anteriormente alla prima udienza, invece che ridurre i tempi, rischia di dilatarli ulteriormente, facendo sì che, a causa dei possibili differimenti necessari anche per consentire l’eventuale chiamata di terzi, passino anche uno o due anni prima che si celebri la prima udienza davanti al giudice”.

Questo meccanismo poi si dovrebbe applicare anche al processo davanti al Giudice di pace, attualmente più semplice e snello. “Le competenze di questi giudici non togati (generalmente avvocati), già ingolfati di cause e di lavoro, nella riforma risultano ampliate, quando sarebbe stato meglio ridisegnare l’organizzazione e investire sulla professionalità di tali soggetti”, aggiunge Biglieri.

A ciò si aggiunge che le ordinanze interinali (cioè, i provvedimenti provvisori adottati dal giudice in base allo stato degli atti che potranno successivamente essere revocati o modificati da una sentenza), previste dalla riforma sotto mentite spoglie, “hanno già dato prova di non essere uno strumento efficiente – continua l’avvocato – e la previsione dell’assegnazione della causa a un giudice diverso, nell’ipotesi di accoglimento del reclamo nei confronti dell’ordinanza, rischia di essere contraria ai principi di efficienza ed economia processuale”.

Diversi gli interventi apprezzabili, ammette comunque l’avvocato, tra i quali l’ampliamento dei casi in cui il tribunale giudicherà in composizione monocratica o lo stanziamento di importanti risorse economiche. La maggior parte dei fondi destinati alla giustizia, infatti, saranno destinati all’assunzione di più di quattromila operatori che dovranno rafforzare le cancellerie, di cui 600 funzionari che saranno assegnati in parte agli uffici di legittimità, 16mila addetti all’ufficio per il processo e duemila magistrati onorari. I primi supporteranno il giudice nello studio della controversia, i secondi collaboreranno con i giudici che operano nelle sedi meno efficienti in campo civile, con l’obiettivo di diminuire il divario tra i vari tribunali italiani.

Da vedere sempre in positivo c’è il potenziamento degli istituti di Adr (ossia le forme di risoluzione stragiudiziale delle controversie). Non si può non notare, però, “che è assente ancora una volta una disposizione finalizzata a garantire l’effettiva funzione propulsiva del giudice di formulare una proposta conciliativa fin dalla prima fase processuale con conseguenze a carico della parte che non accetti e risulti successivamente soccombente”, aggiunge Biglieri.

Tra le misure non previste dalla riforma e di cui si continuerà a sentire l’esigenza, sottolinea l’avvocato, ci sono ancora quelle volte a ridurre l’arretrato delle cause, “come introdurre incentivi fiscali per ridurre e agevolare le conciliazioni delle cause già pendenti e creare sezioni ad hoc a cui assegnare l’arretrato”. Per migliorare poi l’efficienza dei tribunali si sarebbe dovuto passare necessariamente attraverso una riorganizzazione degli Uffici giudiziari. “Il personale direttivo degli uffici giudiziari avrebbe necessità di ricevere un’adeguata e continua formazione manageriale, avere poteri di gestione rafforzati, una maggiore autonomia organizzativa ed essere assistito per l’attività operativa da personale ad hoc. Infine, dovrebbero essere pubblicati periodicamente gli indicatori di performance degli uffici giudiziari per poter consentire al Ministero di intervenire nelle sedi più disagiate”, sottolinea l’avvocato.

Durata dei processi: il rapporto con gli altri Paesi

Dopo la Grecia, l’Italia è il secondo Paese che impiega più tempo per concludere una causa. In base ai dati dalla Commissione per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Ruropa, il Disposition time (Dt, che si calcola tenendo conto dei casi pendenti e dei casi risolti nell’arco di un anno) per i giudizi in primo grado nel nostro Paese è di 527 giorni al 2018.

A dimostrare l’arretratezza dell’Italia è anche il parametro Clearance rate (Cr, cioè il quoziente che si ottiene dividendo il numero di casi risolti per il numero di casi proposti in un determinato periodo di tempo che rappresenta la capacità del sistema di assorbire i nuovi casi e, se maggiore del 100%, di diminuire l’ammontare dei casi arretrati). Sempre in primo grado, nel 2018 il nostro Paese ha raggiunto un Cr maggiore della media, pari al 103%, mentre la Francia con un Dt di 429 giorni si è fermata a un Cr del 96%, la Spagna (con DT 362) del 87% e la Germania (con DT 220) del 97%.

Questo non perché in Italia “si litiga di più”. Infatti, con 2,6 cause civili o commerciali proposte ogni 100 abitanti, non siamo così lontani dalla media europea (2,23). La Spagna, ad esempio, nonostante un “tasso di litigiosità” più alto (2,7), ha un Dt inferiore.

Sui giudizi d’appello civili o commerciali emerge che negli anni le cause pendenti sono diminuite (da 0,84 per 100 abitanti nel 2010 a 0,55 nel 2018) ma, dall’altro, che il 44,8% di queste cause dura più di due anni, rischiando di violare così l’obbligo di durata ragionevole del processo che comporta un risarcimento dei danni tramite equa riparazione (come previsto dalla legge Pinto del 2001).

Il Dt italiano del giudizio sulla Corte di Cassazione supera nettamente la media europea di 20 giorni (1.266 giorni) e quasi la metà dei giudizi pendenti sulla Suprema Corte hanno una durata maggiore ai due anni. Di positivo, sono diminuite anche in questo caso le cause pendenti del 40% dal 2010 al 2018.

Nel 2020, nonostante l’emergenza pandemica, il totale dei fascicoli pendenti del settore civile risulta piuttosto stabile rispetto all’anno precedente, con un Cr del 101%. Si è, però, arrestata l’erosione dell’arretrato patologico o “a rischio Pinto”, che ha subito un netto incremento in Cassazione (+12%), una crescita evidente anche in Tribunale (+3.1%) e più contenuta in Corte d’appello (+1.1%).

Secondo una ricerca del Sole 24 Ore del 2018, le differenze geografiche e il tipo di procedimento incidono sui tempi processuali. Nel nostro Paese, la durata media dei processi civili va infatti da otto mesi al nord, a 13 mesi al centro, fino a quasi un anno e mezzo al sud. Il divario aumenta se si considerano i singoli tribunali: il tribunale più rapido è Ferrara con 147 giorni, mentre il più lento è Vallo della Lucania con 1.231. La differenza di durata dei processi non dipende esclusivamente dalla geografia, ma anche dal tipo di procedimento una causa di lavoro a Vibo Valentia dura quasi 12 anni contro i 187 giorni di Milano.

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