Al Salone del Risparmio si è consumato il conflitto a bassa intensità fra Esg-entusiasti ed Esg-tiepidi. Definirlo conflitto è eccessivo. Ma una sorta di sottile linea rossa, quasi invisibile, sta attraversando l’industria del risparmio gestito. Da un lato, ci sono i gestori e le case che hanno abbracciato con convinzione la sostenibilità (ambientale e sociale) degli investimenti. Dall’altra parte della linea si collocano i promotori e le società di gestione che sembrano derubricare le tematiche Esg a una moda passeggera.

Tommaso Corcos

Cambio di paradigma

Attenzione, non è questione di buoni e cattivi. Nemmeno si può ridurre tutto a uno scontro fra progressisti e conservatori o una frattura generazionale (fund manager giovani contro promotori più agée).

La linea rossa è sottile, per certi versi impercettibile. Ma rischia di trasformarsi in una frattura profonda, se la componente più ritrosa a considerare la sostenibilità degli investimenti come un cambio di paradigma non comincerà a ribaltare il punto di vista. Perché la pandemia da coronavirus Covid-19 ha provocato un’accelerazione violenta (anche) nel risparmio gestito.

Le tematiche Esg non sono certo una novità per il settore. Alcuni pionieri (in Italia certamente Etica Sgr) le hanno introdotte nei portafogli da almeno una ventina d’anni. Sono diventate mainstream quanto meno da una decina d’anni. E un must negli ultimi cinque anni. Tanto da aver già monopolizzato l’edizione 2019 del Salone.

La rivoluzione digitale

Poi è arrivato il Covid-19. L’edizione 2020 del Salone è stata annullata, così come gran parte degli eventi che prevedevano una presenza fisica. L’industria è tornata a guardarsi negli occhi dopo quasi due anni di meeting virtuali. E lo ha fatto con gioia: non c’è stato intervento che non sia cominciato con una frase del tipo “sono davvero felice di vedervi”.

Ma, per quanto entusiasti di tornare a parlare vis-à-vis con i colleghi, i gestori hanno mostrato consapevolezza dell’impatto profondo della pandemia in ogni aspetto della società e dell’economia. E anche del lavoro del promotore finanziario o consulente o personal banker. Il termine “digitalizzazione” del wealth management ha attraversato come una corrente elettrica tutte le conferenze.

Una rivoluzione digitale accettata da tutti, sebbene non siano mancate le puntualizzazioni rispetto al ruolo ancora fondamentale della componente umana in quanto veicolo di fiducia. E la fiducia, si sa, è alla base del rapporto fra investitore e consulente.

Sul punto, però, non ci possono essere divisioni. La digitalizzazione (intelligenza artificiale, machine learning, blockchain, tokenizzazione) è un processo inevitabile, non c’è alternativa. Ugo Loeser, amministratore delegato di Arca Fondi Sgr, ha sintetizzato così: “Un bravo consulente che non utilizza le nuove tecnologie sarà fuori dal mercato. Dovrà fare un altro mestiere”. Punto.

Tutti green, ma con varie sfumature

Meno compatto il coro quando si parla di Esg. Anche il termine “sostenibilità” ha attraversato tutte le conferenze, rimbalzando da una meeting room all’altra. Ma lo ha fatto con sfumature di colore.

Ad aprire i lavori del Salone è stato Tommaso Corcos (nella foto in pagina), presidente di Assogestioni. Il suo discorso introduttivo è stato una sorta di manifesto degli investimenti sostenibili. Corcos ha sottolineato i miglioramenti della governance delle società quotate conseguiti grazie alla presenza nei consigli di amministrazione dei rappresentanti espressi dai fondi. Ma ha invitato gli associati a “enfatizzare la componente ambientale e prestare più attenzione al sociale”.

Corcos ha parlato di “responsabiltà e impegno”, di “qualità della crescita delle aziende, perché la quantità non più sufficiente”, di “modelli di sviluppo rispettosi” e di “progresso sano e sostenibile”. Frasi che fino a qualche anno sarebbe stato difficile sentire in bocca a un rappresentante della finanza.

Frédéric Laloux, business thinker e saggista, autore del libro “Reinventing Organizations”, sempre nella conferenza iniziale del Salone, ha tessuto le lodi delle organizzazioni non gerarchiche, più efficienti anche in termini economici. Una tesi che probabilmente qualche anno fa gli sarebbe valsa gli strali dei tutori del capitalismo liberale (qualcuno gli avrebbe dato del “comunista”…).

E Corcos ha ripreso il pensiero di Laloux contrapponendo stakeholders a shareholders e immaginando che le aziende percorrano “strade di autoregolamentazione, in cui le persone si sentano vive e impegnate”, si sentano “valorizzate come essere umani”.

Insomma, una visione della società e delle organizzazioni aziendali non verticistica, collaborativa, che non mette il profitto al di sopra di ogni valore.

E qui si vede la sottile linea rossa. Perché è vero che dal rapporto Censis-Assogestioni emerge che il 52% degli italiani apprezza l’impiego di prodotti finanziari Esg nella costruzione del portafoglio. Ed è vero che varie conferenze hanno testimoniato, numeri alla mano, che gli investimenti sostenibili (in termini ambientali e sociali) sono anche redditizi. Su tutti si possono citare i rendimenti ottenuti da BlueOrchard, controllata di Schroders attiva nell’impact investing.

Sostegno all’economia reale e rendimenti

Però, c’è chi ricorda – come Emanuele Bellingeri, head of asset management Italy di Credit Suisse – che l’obiettivo del risparmio gestito “è investire il denaro dei risparmiatori”. Lo stesso Bellligeri, peraltro, parla di “ruolo sociale del risparmio gestito”.

Al Salone si sono sentite tante voci chiedere che l’industria del wealth management non venga tirata per la giacchetta per fare cose che non le competono, come salvare il mondo dalla catastrofe ambientale. O convincere gli italiani a svuotare i conti correnti e trasformarsi in investitori perché l’economia reale ha bisogno di liquidità.

Con i tassi negativi, i titoli di stato che non rendono praticamente nulla, i benefici fiscali messi in campo per investire in strumenti a sostegno dell’economia reale, i dati che testimoniano come investire in prodotti finanziari nel lungo termine sia redditizio… di più, oggettivamente, non si può fare. Educazione finanziaria? Sì, certo, ma bisogna scavalcare un muro altissimo di avversione al rischio, che gli italiani hanno costruito generazione dopo generazione. Non succederà dalla sera alla mattina. Anche se l’ingresso dei millenials nella platea dei risparmiatori-investitori e l’impatto del Covid potrebbero accelerare il processo.

E così torna a parlare di Esg. Che poi, in soldoni, è una questione di serietà e di responsabilità. Diverse società di gestione per il Salone hanno schierato sportivi, personaggi televisivi, giornalisti che si credono star (e si comportano come tali…). Chi ha scelto di fare della sostenibilità degli investimenti l’elemento fondante, Etica Sgr, ha organizzato una presentazione delle metodologie e dei risultati. E poi Massimo Bustreo ed Edoardo Ares hanno fatto uno spettacolo di neuromagia, divertente e ricco di spunti. Giocando attorno alle parole cuore e cervello, perché sostenibilità vuol dire responsabilità.

Esg non è una fogliolina verde da piazzare sopra un prodotto finanziario: questo si chiama greenwashing. E per far sì che la sottile linea rossa non diventi un solco profondo occorre ribaltare il punto di vista: un investimento deve essere sostenibile, dal punto di vista sociale e ambientale, perché non c’è alternativa. Questo vale per le aziende, i governi, i risparmiatori e gli asset manager.

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