Prima la notizia buona o prima quella cattiva?

Facciamo prima quella buona, che ha preso – a ragione – molto spazio sui giornali e sui social network. Ce la da la ricerca condotta da Ey nel suo EY European Financial Services Boardroom Monitor che ha rilevato come l’Italia sia il primo paese di Ue quanto a presenza di donne dei cda delle società finanziarie (banche, assicurazioni, wealth management), il 47%. C’è una ragione, si chiama Legge Golfo-Mosca, che ha dato una spinta importante introducendo le quote di genere nei board tale per cui ora le donne sono anche più di quanto prevedrebbe la legge.

A mio avviso, però, ad avere più spazio sui giornali e sui social sarebbe dovuta essere la notizia cattiva. Ce la dice sempre Ey che ha fatto il conto delle competenze presenti nei board. A prevalere sono quelle “classiche”, cioè compliance, rischi, finanza, fra le altre. Benissimo. Ma in tempi tutt’altro che classici un consiglio di amministrazione dovrebbe invece avere chiari ad esempio quali progressi sta compiendo la tecnologia e di come questi possono ostacolare o promuovere il business oppure di come orientare l’attività della società in chiave esg.

E invece no. Le competenze circa sostenibilità, fintech e cybersecurity si attestano in Italia – in linea con il resto d’Europa – su percentuali inferiori al 20% della composizione dei board. Da Ey rilevano che le maggiori carenze in termini di esperienza in ambito sostenibilità si registrano nell’industria assicurativa (solo il 4% dei consiglieri ha competenze sul tema) e nel Wealth & Asset Management (11%); mentre nelle banche la percentuale si attesta a oltre il 30% favorita da una regolamentazione più pervasiva e in via di consolidamento. Percentuali ancora più basse si rilevano in merito alla presenza di consiglieri con esperienza in ambito fintech (11% per banche e asset manager e 4% per l’insurance). Infine, in tema di cybersecurity, quasi nessuno degli oltre 300 player finanziari, bancari e assicurativi presenta nel proprio board esperti di cybersecurity, malgrado l’attuale centralità del tema legata da un lato all’accelerazione della transizione digitale dall’altro agli attacchi cyber correlati al conflitto in Ucraina.

Come può oggi un board di una società finanziaria non avere idea di come difendersi dagli attacchi informatici? Eppure sono proprio le società finanziarie fra i target più sensibili ad attacchi hacker. Secondo un rapporto pubblicato dalla Banca d’Italia nel marzo 2022 intitolato “Cyber resilience per la continuità di servizio del sistema finanziario”, benché la minaccia cyber sia per sua stessa natura trasversale, il settore finanziario è un obiettivo privilegiato degli attacchi in quanto i target includono un variegato numero di attori come banche centrali, banche commerciali, fornitori di sistemi di pagamento, money transfer, società per lo scambio di criptovaluta, altre organizzazioni finanziarie nonché utenti.

La stessa domanda vale anche per il fintech, con la tecnologia che acquisisce sempre più quote di mercato, e la sostenibilità.

Una delle ragioni di questa carenza di competenze per dire “moderne” è ovviamente la questione generazionale. Basti pensare all’età media dei cda: un rapporto della Consob riferiva che i membri degli organi di amministrazione delle società quotate italiane a fine 2020 hanno un’età media di circa 57 anni e sono stranieri nel 5,5% dei casi. Non che l’età sia di per sé un ostacolo alla comprensione dei nuovi trend, sia chiaro, però un board più variegato dal punto di vista generazionale sarebbe sicuramente più propenso ad aprirsi a nuove prospettive, comprese quella tecnologica o di sostenibilità.

In fin dei conti, la buona notizia circa la diversità di genere nei board lo è anche per la diversità in generale (di età, di origine, di esperienze) perché se la spinta regolamentare verso le quote di genere ha funzionato, forse ne funzioneranno anche altre affinché le società possano avere board in grado di comprendere – e sfruttare – i cambiamenti che stiamo vivendo.

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