Si chiudono i trimestri, è tempo di bilanci. In redazione ne riceviamo tanti, spesso e volentieri molto diversi da loro. Se guardiamo il venture capital i numeri però ci raccontano tutti più o meno la stessa cosa e cioè che il settore vive un momento (un momento solo?) difficile. Tra le spiegazioni di questa difficoltosa ascesa del comparto nel nostro Paese ci sono senza dubbio fattori esogeni e il più delle volte internazionali tra crisi varie, volatilità, mercato borsistico che compete con il settore privato, incertezza.

Tuttavia, a ben vedere i numeri pubblicati dall’osservatorio di Italian Tech Alliance e Growth Capital che abbiamo ripreso su Dealflower e che trovate anche nella newsletter (qui per registrarvi), il Vc europeo sta mostrando segni di ripresa, con 28 miliardi di euro raccolti in 5.640 round, nel primo semestre del 2024 (registrando +18% il numero di round e +3% l’ammontare investito rispetto al secondo semestre 2023). Il secondo trimestre ha registrato 15 miliardi di euro di raccolta in 2.320 round (+25% di ammontare investito rispetto al primo trimestre), nonostante il numero di round sia stato inferiore del 30% rispetto al Q1.

Guardando all’Italia, però, nel primo semestre 2024 sono stati raccolti 671 milioni di euro in 177 round, con il 37% dell’importo investito proveniente da due mega round. Tuttavia, il primo semestre 2024 è in linea con il secondo del 2023, ma con una distribuzione irregolare tra i trimestri. In particolare, nel secondo trimestre 2024, i 228 milioni di euro raccolti in 69 round segnano un notevole calo rispetto al precedente trimestre, con 87 milioni di euro riconducibili solo al round di Newcleo. Ci sono dunque delle carenze strutturali del comparto nel nostro Paese che non starò a ripetere perché le conosciamo bene, alcune che esulano dal nostro controllo (ad esempio la giovane età del settore) e altre invece sulle quali possiamo intervenire.

Tra queste c’è ad esempio la presenza non sufficiente del comparto pubblico quale acceleratore. Lo dicono anche i curatori della ricerca, il ruolo di Cdp Venture Capital, che ha presentato da poco un piano industriale, sarà decisivo. E però non ci sono mai abbastanza soldi – o almeno non sono abbastanza quelli che si sceglie di dedicare al settore in ottica di investimento di medio/lungo periodo, perché le priorità sono altre – e non ci sono iniziative politiche sufficientemente incisive come potrebbe essere lo Startup Act 2.0, la nuova versione dell’ormai obsoleto Startup Act risalente al 2012, che però è perso da qualche parte nei meandri dell’attività governativa e parlamentare.

Cosa possiamo fare allora nel frattempo?

Parlarne di più. Sfruttare i giornali, i social e ogni canale ci possa venire in mente per raccontare il settore, far emergere le storie di successo, evidenziare i problemi e le difficoltà, rendere il venture capital un comparto attraente e degno di attenzione non necessariamente solo a un pubblico di addetti ai lavori. La comunicazione è tutto, nella società attuale, e va sfruttata (non subita). Lo scrivo perché ci credo e proprio perché ci credo lasciatemi dire che ci stiamo provando anche noi in Dealflower: per la seconda parte dell’anno stiamo lavorando a un evento dedicato al settore nel quale unire le forze e le voci in un unico messaggio (per info scrivetemi).

Il fatto che sia faticoso raccogliere adesioni mi fa capire che forse non c’è ancora un’abbastanza forte unità d’intenti. E probabilmente è questo uno dei veri problemi dell’industria.

Lascia un commento

Articolo correlato