I fondi del Pnrr contano relativamente, per la transizione energetica è cruciale riformare i processi autorizzativi. L’Italian Energy Summit organizzato dal Sole 24 Ore, una maratona di interventi durata oltre quattro ore, ha scandagliato in lungo e in largo il tema della sostituzione delle fonti fossili con quelle rinnovabili per produrre energia. Soprattutto, la conferenza ha acceso un faro su un paradosso tipicamente italiano. Le aziende sono certamente felici che dall’Unione Europea, con il Next Generation EU, ovvero attraverso il Piano nazionale di rilancio e resilienza, siano state messe in campo valanghe di miliardi per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione dell’economia. Ma ciò che davvero preme alle società che operano nel settore energetico è districare la matassa burocratica e autorizzativa che allunga i tempi per passare dall’elaborazione di un progetto all’avvio dei lavori. Se non si interviene radicalmente su questi nodi, è stato detto da tutti i partecipanti, i fondi europei rischiano di restare inutilizzati. E gli investitori, in particolare quelli di matrice estera, si terranno alla larga dall’Italia.

Roberto Cingolani

Cingolani: siamo in ritardo

La delicatezza e l’urgenza della materia è tale che il premier Mario Draghi si è sentito in dovere di coniare un ministero apposito per guidare la Transizione ecologica. Affidandone la guida a Roberto Cingolani. E proprio Cingolani, aprendo i lavori del summit, ha ammesso che i target fissati dall’Accordo di Parigi sono lontani. Per arrivare a produrre oltre il 70% dell’energia da fonti rinnovabili entro il 2030 dovremmo realizzare impianti in grado di produrre circa 70 gigawatt nei prossimi nove anni, ovvero passare dagli 0,8 gigawatt realizzati quest’anno a 7 gigawatt l’anno. Dire che siamo in ritardo sulla tabella di marcia è eufemistico.

Cingolani non ha nascosto che sinora il sistema delle aste per realizzare impianti rinnovabili non sta funzionando, sebbene il decreto semplificazioni abbia ridotto drasticamente i tempi di autorizzazione. I nodi da sciogliere sono consentire agli investitori di pianificare cosa fare avendo un orizzonte di medio termine, almeno di cinque anni.

Il ministro ha detto di temere molto “la sindrome Nimby”, ma per superare le resistenze della popolazione occorre che gli enti locali accettino di collaborare con il governo centrale e cerchino compromessi sulle questioni paesaggistiche.

Cingolani ha sottolineato che sulla transizione energetica occorre seguire una road map precisa, perché andare troppo velocemente “potrebbe mettere in difficoltà l’apparato industriale” e, di conseguenza, i cittadini. “La sostenibilità deve essere ambientale, industriale e sociale”, ha aggiunto. D’altro canto, non si può essere lenti, perché “il Pnrr è un contratto vincolante e rischiamo di vederci ritirati i fondi”.

La strada maestra è la collaborazione con gli enti locali, ma, ha ricordato Cingolani, esistono “poteri sostitutivi a un certo punto, ma confido che non sia necessario” farvi ricorso.

Una road map per evitare fughe in avanti

La transizione energetica è un percorso, una road map, che prevede diverse tappe. Tutti concordi nel phase-out del carbone, ma, ha proseguito Cingolani, il gas avrà un ruolo fondamentale per garantire la continuità energetica prima che si arrivi alla completa sostituzione con le rinnovabili”. Il gas verrà utilizzato finché necessario: “Se saremo bravi e puntuali, e crescerà la tecnologia di accumulazione dell’energia, ci libereremo prima del gas. ma nel frattempo non può che esssere l’unica sorgente che ci consente di andare avanti”.

Cingolani ha notato che l’irraggiamento diffuso e abbondante di cui gode l’Italia è un “dono di natura”, sono i nostri “giacimenti di luce”. Oltretutto, il nostro Paese parte da una base di competenze scientifiche e tecniche sulle rinnovabili che lo rendono leader, in Europa e nel mondo. Insomma, la transizione energetica rappresenta un’occasione unica e straordinaria.

Francesco Gagliardi, partner di Kpmg Advisory, e l’economista Valeria Termini hanno inquadrato il tema dal punto di vista teorico.

Stefano Besseghini, presidente dell’autorità che regola le attività nei settori dell’energia, rifiuti e acqua (Arera), si è soffermato sui rincari dei prezzi dell’energia, che il governo ha evitato si trasmettessero alle bollette di famiglie e imprese. Pur definendo “giusto” l’intervento per mitigarne l’impatto, Besseghini ha ricordato che l’aumento dei prezzi dell’energia ricavata da fonti tradizionali “è in qualche misura positivo”, perché accelera la transizione.

Giuseppe Ricci, presidente di Confindustria Energia, si è fatto portavoce delle imprese del settore, ponendo l’accento sul fatto che ridurre di oltre 160 milioni di tonnellate le emissioni di Co2 entro il 2030 è una sfida enorme, forse impossibile da vincere. Per raggiungere i target, o quanto meno avvicinarsi, Ricci ha invitato a non innamorarsi “di un’unica soluzione”, cominciando a premere sull’acceleratore delle tecnologie mature, in particolare biocarburanti, valorizzazione dei rifiuti e stoccaggio e riutilizzo della Co2.

“Bisogna programmare la transizione”, ha notato Ricci, “altrimenti si rischia il rigetto e si torna al carbone, come sta accadendo in Germania”.

Ricci, infine, ha affermato che esiste “una cultura popolare anti-infrastrutturale, che fa sì che gli ostacoli all’ottenimento delle autorizzazioni siano insormontabili e rendono impossibile fare le cose”.

Francesco Starace

Il tema della matassa burocratica, figlia di una “cultura del non fare”, è stato ripreso e ampliato da tutti i leader di aziende che si sono succeduti nel corso del summit. Francesco Starace di Enel ha ricordato di aver presentato progetti per 26 miliardi nel quadro del Pnrr, ma solo 6 miliardi sono fondi per nuove iniziative industriali, gli altri 20 miliardi “hanno solo bisogno che il percorso delle riforme strutturali si compia. E’ molto più importante questo aspetto”.

I progetti in Sardegna e l’idrogeno

Ampio spazio è stato dedicato ai progetti per fare della Sardegna un’isola completamente green. Oltre a Starace ne hanno parlato Marco Alverà di Snam, Stefano Donnarumma di Terna, Valerio Battista di Prysmian e Paolo Gallo di Italgas. Donnarumma ha detto che Thyrrenian Link, il doppio collegamento sottomarino fra Sardegna, Sicilia e Penisola – un progetto che prevede investimenti per 3,7 miliardi – rispetterà i tempi annunciati. E Battista si è detto fiducioso di poter collaborare con Terna.

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Marco Alverà

Alverà di Snam ha anticipato che il prossimo inverno dovrebbe non vedere problemi di approvvigionamento per l’Italia grazie agli stoccaggi di gas. Ma qualche difficoltà è pronosticabile per il Nord Europa e la Gran Bretagna, che sta soffrendo per la mancanza di vento nel Mare del Nord. Alverà ha illustrato i progetti di Snam sui biocombustibili e sull’idrogeno (leggi l’approfondimento di Dealflower sull’economia all’idrogeno). “Tra nove anni l’idrogeno arriverà a costare meno del carbone”, ha affermato Alverà. E questa prospettiva sui costi dell’energia ricavata da fonti rinnovabili è determinante per convincere Cina e India ad abbandonare il carbone. Per questo motivo, Alverà si è detto fiducioso in vista della Cop26. Snam ha annunciato un accordo con l’organizzazione intergovernativa che sostiene la transizione sostenibile e rinnovabile Irena per una partnership per sviluppare l’idrogeno verde a supporto della transizione energetica globale. E ha siglato un’intesa con Iris Ceramica Group per un progetto industriale che prevede lo studio e lo sviluppo della prima fabbrica ceramica al mondo alimentata ad idrogeno verde.

Battista di Prysmian ha spiegato di essere convinto che la carenza di materie prime, all’origine del rincaro dei prezzi di diversi prodotti, rientrerà nell’arco di sei mesi, un anno.

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Renato Mazzoncini

L’amministratore delegato di A2A, Renato Mazzoncini, si è detto “certo che avremo un mondo decarbonizzato nel 2050”. E ha illustrato i progetti dell’investment company sull’idrogeno. Interpellato sulla sindrome Nimby, Mazzoncini non ha nascosto che il tema esiste, “è molto asimmetrico. Dobbiamo lavorare per spiegare e coinvolgere, ma la soluzione è che le istituzioni a livello nazionale e regionale si prendano delle responsabilità. Ci voglio tempi certi per la realizzazione e le opposizioni devono essere solo motivate”. Secondo Mazzoncini, la popolazione è più favorevole se le infrastrutture sono “belle, in termini di design”.

Giuseppe Gola di Acea ha confermato che la multiutility è alla ricerca di un partner finanziario a cui cederemo una quota del veicolo che deterrà i progetti nel fotovoltaico”.

Paolo Merli di Erg ha raccontato la trasformazione del gruppo, che quest’anno ricaverà oltre il 90% del margine operativo “da sole, vento e acqua” dopo essere stato per decenni un player dell’oil&gas. Merli ha anche confermato di essere vicino alla cessione dell’impianto termoelettrico di Priolo.

A proposito di trasformazione societaria in direzione green, Fabrizio Di Amato ha narrato quella di Maire Tecnimont, che ha utilizzato le radici profonde nella chimica per dare vita a NextChem, una realtà totalmente focalizzata sulle tecnologie per produrre energia in modo sosteibile, utilizzando per esempio la parte secca dei rifiuti. Di Amato, dopo aver ricordato di avere in corso progetti per circa 4 miliardi, ha confermato che il punto focale del Pnrr non è attrarre capitali, “ma snellire le procedure”.

Gianni Vittorio Armani di Iren ha puntato l’intervento sull’economia circolare, in particolare sul teleriscaldamento.

Claudio Descalzi

Eni: non si può cambiare per legge la domanda di energia

Infine, Claudio Descalzi di Eni. Non perché sia intervenuto in coda al summit, ma perché la transizione energetica è particolarmente sfidante per un gruppo che è nato e cresciuto negli idrocarburi. Descalzi ha invitato a essere pragmatici: “Non possiamo per legge modificare l’offerta se la domanda è sempre la stessa”. Diversamente, la fiammata dei prezzi che stiamo registrando nel 2021 sarà nulla in confronto a ciò che accadrà in futuro.

Descalzi ha definito “giustissima” la Carbon tax, ma anche sottolineato che esiste solo in Europa, con conseguenze negative sulla competitività delle industrie energivore. “Ci siamo fatti mettere in un angolo perché non abbiamo studiato i temi della domanda e dell’offerta”, ha chiosato.

Il numero uno di Eni ha notato che in Europa “compriamo praticamente tutto il gas che utilizziamo, circa 400 miliardi di metri cubi”. E il mercato “va dove c’è l’energia”. Insomma, la transizione energetica non è indolore.

Ciò detto, il Cane a sei zampe ha “sposato le neutralità carbonica al 2050, stiamo strutturandoci per avere un mix energetico, per ridurre gli idrocarburi. Siamo impegnati. ma il processo deve essere graduale e bisogna lavorare sulla domanda”.

Eni ritiene molto promettente la tecnologia che produce energia dalla fusione dell’acqua pesante. “La prima centrale industriale sarà attiva nel 2030”, ha annunciato Descalzi. Produrrà energia pulita a costo bassissimo, che “potrebbe entrare nel sistema elettrico: una bottiglia d’acqua può produrre 250 megawatt”.

Insomma, tra tecnologie già mature, altre in via di perfezionamento (come l’immagazzinamento dell’energia, per rendere meno instabili fotovoltaico ed eolico) e altre che sono ancora in fase sperimentale, ma promettenti, arriviamo alla Cop26 con molte speranze in più rispetto al passato. Ma anche con la certezza che la fase di transizione vedrà impennate dei prezzi dell’energia da fonti tradizionali. Ed è difficile immaginare che i governi intervengano in continuazione per limitare la trasmissione nelle bollette.

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