Era il 19 marzo 2023 quando, dopo concitati giorni in cui non era chiaro quale fosse il destino della banca, le autorità svizzere, a partire da quella di vigilanza, la Finma, assieme alla Swiss National Bank e al governo, decisero che Credit Suisse sarebbe dovuta essere fusa – diciamo – con la storica rivale Ubs, che l’acquisì per 3 miliardi di franchi, una cifra ridicola.

Quel momento ha segnato la fine della storia ultrasecolare della banca, fondata nel 1853, e che per decenni è stata fra le principali al mondo. Ma come è stato possibile che quel colosso “too big to fail” sia arrivato a perdere oltre il 200% del valore in borsa? Non so se ricordate la storia recente della banca, la riassume chiaramente questo grafico di Morningstar.

 

Le ragioni dietro il crollo della banca sono molteplici ma una in particolare, leggendo la cronaca degli ultimi quattro anni, sembra emergere e cioè una gestione pessima se non fraudolenta – lo stabiliranno le autorità competenti – della banca. Ricordiamo le condotte, gravissime, del management e i vari scandali che si sono succeduti, dal caso di spionaggio di un concorrente che ha portato alle dimissioni del ceo di lunga data Tidjane Thiam fino a quelle di Antonio Horta – Osorio, sostituto di Thiam, dopo soli nove mesi per aver violato le restrizioni del Covid passando per le multe per finanziamenti sospetti.

A sentire chi vive in Svizzera, pare fosse noto a tutti che all’interno di Credit Suisse esistessero questo tipo di comportamenti, che fossero in qualche modo legittimati a più livelli e implicassero anche attività di investimento particolarmente rischiose. Nel giugno 2022 il Tribunale penale federale svizzero, ad esempio, aveva dichiarato colpevoli Credit Suisse e un suo ex dipendente per non aver impedito il riciclaggio di denaro sporco da parte di trafficanti di cocaina bulgari dal 2004 al 2008. Alla banca è stata inflitta una multa di 2,1 milioni di dollari. “L’azienda avrebbe potuto impedire l’infrazione se avesse adempiuto ai propri obblighi organizzativi”, aveva affermato il giudice nella sua sentenza, aggiungendo che i superiori dell’ex dipendente erano stati “passivi”.

Nell’ottobre del 2021, poi, Credit Suisse era stata multata per 475 milioni di dollari dalle autorità statunitensi e britanniche dopo essere stata coinvolta in uno scandalo di corruzione in Mozambico relativo a prestiti a favore di società di proprietà statale. I prestiti avrebbero dovuto finanziare progetti di sorveglianza marittima, pesca e cantieri navali, ma sarebbero stati in parte dirottati per tangenti. Il Mozambico ha beneficiato anche di un prestito da parte di Credit Suisse che sarebbe stato tenuto segreto al Fondo monetario internazionale.

A gettar benzina sul fuoco del mismanagement c’è stato poi il contesto e cioè il crollo, una dopo l’altra, di una serie di banche quali ad esempio Svb e di realtà come Greensill Capital, una società finanziaria britannica specializzata in prestiti aziendali a breve termine tramite un modello di business complesso e opaco, dove Credit Suisse aveva investito. La banca fu costretta a chiudere quattro fondi collegati in cui erano stati allocati circa 10 miliardi di dollari. Secondo la Finma la banca “ha gravemente violato i suoi obblighi di vigilanza” e ha inoltre avviato quattro procedimenti esecutivi contro ex dirigenti di Credit Suisse. Appena tre settimane dopo il fallimento di Greensill, Credit Suisse perse altri 5,5 miliardi di dollari in seguito al fallimento del family office statunitense Archegos Capital Management. “Le perdite relative ad Archegos subite da Credit Suisse (CS) sono il risultato di un fondamentale fallimento della gestione e dei controlli nella investment bank di CS e, in particolare, nella sua attività Prime Services”, aveva affermato lo studio legale Paul Weiss, Rifkind, Wharton & Garrisson.

Cosa ci insegna dunque questa storia? Che anche una banca consolidata può finire preda di una gestione scellerata e che dunque la scelta dei manager giusti, e un controllo del loro operato da parte del consiglio di amministrazione, rimane fondamentale. Che spesso la ricerca smodata del profitto e del dividendo può aprire la strada da un lato a comportamenti non sempre leciti – legalmente e/o eticamente – dall’altro alla scelta di non vedere questi comportamenti da parte di chi dovrebbe controllarli. Che servirebbero forse più controlli e paletti anche da parte delle autorità competenti – le stesse che ora puntano il dito. Come è stato possibile infatti che per anni si portassero avanti queste decisioni? Dove erano gli organi deputati alla vigilanza interna ed esterna?

Sono domande lecite e assunti quasi banali, ma nell’epoca della crescita a tutti i costi vale la pena ricordarle.

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