Nuove elezioni. Nuova Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia abbraccia la tarantella napoletana all’insegna dell’espressione: “Scurdammoce o passato”. Addio posizioni anti Nato, addio astensione contro il voto al Pnrr e addio euro-scetticismo, lasciato evidentemente ai vari Viktor Orban, Marine Le Pen e al partito spagnolo di estrema destra Vox, tutti molto vicini alla linea politica di Giorgia Meloni.

Il programma del centrodestra si è rivelato più moderato del previsto. E vien quasi da sorridere, se si pensa che Silvio Berlusconi sia stato abbandonato da molti dei suoi, in primis Maria Stella Gelmini, Mara Carfagna e Renato Brunetta, non solo per aver contribuito alla caduta del governo Draghi, ma anche per aver abbandonato proprio quella linea moderata tanto cara e a lungo declamata dall’ex Cavaliere, per tornare tra le braccia della destra più estrema e popolare. Effettivamente, leggendo i 15 punti del programma chiamato “Italia Domani” la linea sembra tutt’altro che populista.

I più attenti hanno osservato inoltre, al meeting di Rimini organizzato da Cl, come Giorgia Meloni, la più applaudita, sia stata la più istituzionale nei suoi interventi rispetto agli altri leader politici, storicamente più moderati di lei, tra Enrico Letta, Giorgio Tajani, Ettore Rosato, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Quasi come a dire: e se stesse già parlando da premier?

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meloni e letta

Patto Nato al primo posto, ma la partita si gioca sull’economia

Si diceva della nuova Meloni. All’improvviso fortemente europeista e atlantista. Rispettare gli impegni e patti assunti con la Nato è il primo punto della lista, con tanto di sostegno all’Ucraina. Passaggio che ha fatto arrabbiare Vladimir Putin, da una parte spaventando il centrosinistra, convinto di poter utilizzare a proprio favore la presunta vicinanza allo zar della leader di Fratelli d’Italia, dall’altra spaventando, forse, anche la stessa Meloni, resasi conto evidentemente che prendere posizione, o cambiarla, porta a delle conseguenze.

Ma è su Pnrr, lavoro e dossier industriali che la candidata premier si giocherà le sue carte. Il quinto punto del programma è dedicato esclusivamente all’occupazione, tema molto caldo e argomentato dai leader politici a Rimini. L’unico modo per aumentare gli stipendi, vista l’imponente inflazione, per il centrodestra non è tanto parlare di stipendio minimo ma di taglio al cuneo fiscale. Sia a favore dei lavoratori, sia delle imprese, con politiche ispirate al principio: “Chi più assume, meno paga”.

Meloni più europeista del Pd sul tetto del gas

Ci sono anche interventi sull’Iva per calmierare e i prezzi di prima necessità, compresi i prodotti energetici, in questi giorni è centrale l’ipotesi del tetto al prezzo del gas ed è quasi un paradosso il fatto che Meloni, su questo tema, sia più europeista di Enrico Letta. La leader di Fdi chiede un tetto che venga concordato a livello europeo, al contrario il segretario del Pd lo ritiene un passaggio che rischia solo di rallentare la procedura (in questo senso Spagna e Portogallo si sono già mosse autonomamente).

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Flat tax, Meloni più “moderata” di Salvini e Berlusconi

La flat tax è un altro punto fondamentale del programma, ma su cui il centrodestra non appare ancora allineato. Salvini indica il 15% come l’aliquota perfetta (i costi per il governo, secondo gli esperti, sarebbero di 50 miliardi l’anno). Berlusconi preferisce il 23% (costi: 30 miliardi l’anno).

Il programma elettorale però si limita a riportare l’estensione alle partite iva fino a 100.000 euro di fatturato e più in generale una flat tax da applicare sull’incremento di reddito rispetto alle annualità precedenti (quindi graduale, ma entro certi limiti) con la prospettiva di ulteriore ampliamento per famiglie e imprese (come in un normale sistema a scaglioni, Luigi Marattin di Italia Viva dixit). Ancora una volta, ecco che Giorgia Meloni, quantomeno nella forma, si mostra più moderata dei suoi alleati.

“Rivedere il Pnrr”. La Commissione Ue: dipende dalle richieste

Gli altri due temi caldi, come detto, sono il Pnrr e i dossier industriali. Le riforme richieste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza vanno portate a termine, recita così il programma, ma si chiederà una revisione in funzione delle mutate condizioni. Come a dire: l’inflazione, la guerra e la crisi del gas hanno cambiato le cose e bisogna intervenire.

Per Meloni e soci la Commissione Europea è aperta ai cambiamenti. Il Commissario europeo per gli affari economici e monetari Paolo Gentiloni, sponda Pd, ha confermato, ma con riserva. Il senso è: dipende dalle richieste. Di sicuro, nel programma è evidenziata la volontà di rendere l’Italia competitiva con gli altri Paesi europei attraverso l’ammodernamento della rete infrastrutturale e la realizzazione delle grandi opere, che passa dal potenziamento della rete dell’alta velocità, dal ponte sullo Stretto e dalla difesa delle infrastrutture strategiche nazionali. Ed è qui che si passa così ai dossier industriali. 

Dossier industriali: Tim, rete unica e di proprietà pubblica

Su Tim è già stato detto e scritto praticamente tutto. La stessa Giorgia Meloni si è espressa così: “Un’infrastruttura strategica non può essere lasciata in mano ai privati, soprattutto se stranieri” (ogni riferimento a Vivendi, primo azionista di Tim con il 23,7%, è pienamente voluta NdR). Continua la leader di Fdi: “Sì alla rete unica come accade in tutte le grandi democrazie occidentali e che sia di proprietà pubblica“.

Insomma, il centrodestra si aspetta che Cdp, che partecipa al 9,8%, lanci un’opa per l’intera compagnia, ceda alla concorrenza le attività mobili e fisse e soprattutto si sbarazzi di Tim Brasil, come richiesto espressamente da Fratelli d’Italia. Un piano che il mercato ha inizialmente accolto con favore, per poi “raffreddarsi subito”, portando le quotazioni di Tim vicino ai minimi storici.

Sull’Ilva Fdi sta con Draghi, su Ita Airways invece no

Discorso simile per Ita Airways. No alla vendita a privati, specie se stranieri. E qui com’è evidente viene un po’ meno il neo europeismo che Giorgia Meloni sta esternando in campagna elettorale. “Mi auguro che Draghi smentisca l’ipotesi di un’accelerazione del processo di vendita di Ita a Lufthansa -questa è la sua posizione-. Argomento che ci fa sobbalzare visto che il governo è dimissionario e può occuparsi solo di affari correnti. Saremmo tutti molto più sereni se Draghi smentisse”. Cosa che l’ex presidente Bce non ha ancora fatto. Ma sul tema, Fratelli d’Italia è chiara: lasciate Ita Airways a noi, quando saremo al governo. 

Riguardo Acciaierie d’Italia invece è ben noto che Fdi, all’opposizione, abbia “soccorso” il premier sul decreto energia lo scorso mese di maggio, quando Pd e M5S avevano votato contro la proposta del governo di trasferire all’attività produttive dell’ex Ilva le risorse destinate originariamente alle bonifiche ambientali. Inoltre, c’è anche il miliardo di euro che l’esecutivo Draghi ha dato disposizione in una norma, curata anche dal leghista e ministro Giancarlo Giorgetti,  inserita nel decreto aiuti bis, per sottoscrivere e sostenere aumenti di capitali o strumenti idonei al rafforzamento patrimoniale dell’acciaieria. 

Indipendenza energetica passando dal nucleare

Per concludere, il tema dell’energia. Il centrodestra prevede nel suo programma una produzione attraverso la creazione di impianti di ultima generazione, compreso il nucleare “pulito“. Transizione energetica sostenibile attraverso l’aumento della produzione dell’energia rinnovabile. Infine, realizzazione di un piano per l’autosufficienza energetica con pieno utilizzo delle risorse energetiche nazionali, anche attraverso la riattivazione e nuova realizzazione di pozzi di gas, in un’ottica di utilizzo sostenibile delle fonti energetiche.

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