Fornì a Enron l’auto per scappare e poi distrusse anche le prove. Sulla carta il complice perfetto. Non è che avesse chiuso un occhio, sulle stranezze contabili di Enron. Al contrario, da parte di Arthur Andersen, ci fu piena responsabilità in quello che ancora oggi viene ricordato come uno dei crack finanziari più drammatici della storia. E una delle conseguenze fu che il 31 agosto 2002 la società di consulenza allora appartenente alle cosiddette “Big Five” rinunciò a ogni licenza, compresa la Certified Public Accountant, e di conseguenza a tutte le autorizzazioni necessarie per operare.

Già, perché nessun soggetto sottoposto a processo aveva il permesso di eseguire alcuna revisione di bilanci, per ordine e decisione della Sec. Sono passati vent’anni da quel giorno, che di fatto pose fine all’operatività di Arthur Andersen quantomeno per com’era conosciuta a quell’epoca, e cioè la maggiore società di revisione del mondo.

Il Tribunale di Houston la condannò a un milione di dollari di multa e all’interdizione perpetua dall’esercizio per qualsiasi società quotata negli Stati Uniti. Colpevole di aver ostruito la giustizia in relazione alla bancarotta fraudolenta della Enron, e di aver distrutto documenti relativi alla revisione del bilancio del gigante finanziario dell’energia e del trading, di cui Arthur Andersen stessa si era occupata.

Houston, abbiamo un problema

Famosa in questo senso la requisitoria dei pubblici ministeri Samuel Buell e Andrew Weissmann durante il processo. Raccontarono della telefonata partita una mattina dagli uffici di Enron a Houston, Texas, a quelli di Arthur Andersen (uffici che distavano poche centinaia di metri). La  Securities and Exchange Commission aveva aperto un’inchiesta su alcune anomalie contabili di Enron, con tanto di avviso di garanzia al direttore finanziario Andrew Fastow. Seguì una conference call tra i vertici della Andersen. La parola chiave? “Destroy”.

Distruggere. Eliminare tutto il materiale che la Sec avrebbe potuto richiedere per l’inchiesta. L’ordine fu sostanzialmente questo. Per una quantità di materiale “monumentale” a dir poco: furono chiamati una sessantina di professionisti a raccoglierlo. L’obiettivo era far sparire ogni traccia di qualunque pezzo di carta che potesse riguardare i conti di Enron, con l’autorizzazione a rovistare in ogni cassetto degli uffici e a utilizzare tutte le ore di straordinario necessarie. Seguirono giorni di intensi via vai di camion carichi di carte stracciate tra la sede di Enron e gli uffici della Andersen.

Analoghe istruzioni furono diramate nelle sedi di Londra, di Portland, e anche di Chicago: difficile che il fondatore Arthur Andersen avesse previsto un finale del genere per la sua compagnia, quando all’età di 28 anni aprì la sede proprio nella capitale economica dell’Illinos, il primo dicembre del 1913. “Si è assistito al più coriaceo, spregiudicato disprezzo per i doveri verso gli investitori e il pubblico, perpetuato per molti anni” scrisse nella sentenza il giudice Melinda Armon.

Enron e Arthur Andersen a fondo, ma non solo

Le indagini durarono 5 anni, coordinate dal dipartimento di giustizia americano e condotte da una task force di procuratori federali di Houston. L’ordine di distruggere i documenti arrivò da Nancy Temple e David Duncan, citati come manager responsabili dello scandalo. Quest’ultimo si dichiarò colpevole e negoziò extragiudizialmente la propria posizione, così come anche lo chief executive per gli Usa del gruppo, Joseph Bernardino, e altri dieci impiegati. Chiuse i battenti Enron, non tornò all’attività Arthur Andersen, e con loro affondarono numerosissime altre società.

Una di queste fu K-Mart: le banche, indebitatesi a loro volta perché impossibilitate a recuperare il credito da Enron, chiesero un repentino e non trattabile rientro dei crediti ai loro debitori. Uno di questi fu proprio la catena di supermercati Usa, che dichiarò fallimento assieme ad altre società di assicurazioni, costrette a dover rimborsare perdite per milioni di dollari e poi ad annunciare bancarotta.

Il colpo di scena e la sentenza ribaltata

Non sono mancati i colpi di scena nella vicenda Arthur Andersen, che al suo apice impiegava circa 85.000 persone in 84 paesi. La Suprema Corte degli Stati Uniti ribaltò la condanna e lo fece all’unanimità, dopo che la United States Court of Appeals for the Fifth Circuit aveva confermato quanto deciso in primo grado. Motivo dell’annullamento? Vizi nelle istruzioni date alla giuria da parte del giudice, poiché avvocati e dirigenti, secondo quanto spiegato dalla Corte, hanno una certa libertà nel distruggere documenti sensibili o obsoleti.

Tuttavia il vaso di pandora ormai si era sollevato. L’accusa ad Andersen mise sotto i riflettori gravi carenze nella revisione dei bilanci anche di altre società. La successiva bancarotta di WorldCom in questo senso sorpassò rapidamente Enron come maggior fallimento di sempre, creando un effetto domino di scandali finanziari che andarono a colpire il sistema economico statunitense. Andersen perse quasi tutti i clienti, ricevette oltre cento cause civili e fu costretta a ridurre drasticamente le proprie operazioni negli Usa.

Dal 2002 a oggi: cosa succede e Ey

Le grandi società di revisione smisero di essere le Fab Five. Tuttavia nessuna delle Fab Four sopravvissute è riuscita a rimanere fuori dagli scandali finanziari. Il caso Tyco per PriceWaterhouse. La truffa HealthSouth per Ernst&Young. Anche Deloitte si è trovata davanti agli imbrogli di Ahold e i suoi bilanci, così come Kpmg con Xerox. Casi minori, che non hanno mai raggiunto il livello dei 70 miliardi di dollari di bancarotta di Enron e di WorldCom. Ma che confermarono l’esistenza di un problema legato al conflitto d’interessi relativo alle grandi società di consulenza e bilancio. Un problema che non è mai stato affrontato.

Fa eccezione la successiva divisione delle sezioni consulenza e revisione, tema tornato d’attualità con Ey: proprio in questi giorni ha comunicato che sottoporrà al voto i partner proprio per la separazione delle due strutture organizzative multidisciplinari. La chiave è l’attività legata alla consulenza, diventata tanto più grande e importante per le quattro big quanto ingombrante, foriera di accuse di conflitti d’interessi di cui sopra.

Ironia della storia, l’unica delle Fab Five che in passato ha già approvato lo scorporo è proprio Andersen, da tempo staccatasi dall’accenture e ben prima che lo scandalo Enron la travolgesse. Insomma, è un precedente che fa riflettere: forse la mossa di Ey potrebbe non attaccare affatto il cuore del problema. Mica per niente l’esito delle votazioni se procedere o meno con lo spin-off dei partner di Ey, in tutto 13.000, non viene dato affatto per scontato.

Enron meglio di… Google?

“Tra dieci anni, non le stragi dell’11 settembre, ma lo scandalo Enron sarà visto come la grande svolta degli Stati Uniti” così parlò un anno dopo Paul Krugman, premio Nobel per l’economia nel 2008. Lo stesso anno in cui uscì il film comico “Superhero, il più Dotato tra i Supereroi”. Nel finale è diventata iconica la battuta del padre del protagonista, prima di morire: “Tieni le azioni della Enron e vendi le azioni di quella società di nome Google: non ha futuro”.

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